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Quando il made in Italy è… cinese

Le relazioni produttive Italia-Cina sono sempre più intense: sono oltre 58.000 gli imprenditori cinesi nel 2011 nel nostro Paese – Ad oggi, le iniziative d’investimento sono in forte crescita: a marzo 2012 erano presenti in Italia oltre 100 società a partecipazione cinese, quando nel 2007 queste erano meno di 30.

Le relazioni Italia-Cina, sul piano commerciale e produttivo, assumono sfumature sempre nuove, sempre più intense.

Le imprese italiane sono spinte in Cina da strategie di penetrazione di un mercato ormai strategico, non tanto e non solo per la riduzione del costo del lavoro, ma sempre più per la presenza di clientela dall’enorme potenziale (Vianelli, 2011). Le statistiche e le analisi parlano di oltre 2.000 imprese con stabilimenti produttivi e commerciali in Cina (Mutinelli, 2010).

Dall’altro lato, guardando all’Italia, la forte imprenditorialità cinese sviluppata nelle aree distrettuali ha da tempo conquistato vantaggi competitivi inserendosi in nicchie e specializzazioni produttive. Sono oltre 58.000 gli imprenditori cinesi nel 2011 nel nostro Paese. Essi rappresentano il 12,27% degli imprenditori non europei, e l’occupazione cinese nel settore manifatturiero arriva al 32,52% rispetto alle altre etnie.

Alle micro imprese costituite in Italia, si stanno da tempo affiancando le multinazionali cinesi, spinte e sostenute della politica del Go Global (Spigarelli, 2009). In questo articolo, che aggiorna ed integra un precedente contributo su Firstonline, si presentano alcuni dati quantitativi che consentono di comprendere la portata e la dinamica del fenomeno (Spigarelli, 2011).

I dati che vedremo aiutano a meglio definire il quadro delle connessioni tra Italia e Cina e dei relativi sistemi produttivi, che assumono molteplici sfaccettature, con implicazioni interessanti sulle dinamiche dei vantaggi competitivi tipici delle produzioni nazionali. Vi sono, come visto, segni ormai consolidati di un Made in Italy…Made in China, con le imprese nazionali leader nei settori delle eccellenze italiane che realizzano in Cina parte delle loro produzioni. A questo si aggiunge un Made in Italy….Made by Chinese, con le micro imprese cinesi che affollano alcune aree distrettuali, concorrendo alla realizzazione di fasi significative nella produzione di beni poi esportati in tutto il mondo. Infine, le imprese a capitale cinese, frutto di acquisizioni o investimenti recenti in Italia sulla scia del Go Global, partecipano alla creazione di un Made in Italy, by Chinese firms.

E’ soprattutto quest’ultima tendenza ad attrarre insistentemente l’attenzione di media e ricercatori, dato che fa scoprire all’Italia un volto nuova della Cina, che alcuni non si aspettano e che molti ignorano: quello della forte innovazione, della spinta alla globalizzazione, della sete di saperi e competenze occidentali, pur nella valorizzazione delle radici e delle tradizioni cinesi.

Così, dopo le polemiche ed i dibattiti del Made in Italy made in China e del Made by Chinese (come nel caso del distretto di Prato), anche questa nuova forma di integrazione sta iniziando a sollevare dibattiti e posizioni diverse, non sempre positive. Secondo un’indagine condotta dalla BBC World Service nel mese di Marzo di quest’anno, l’Italia si colloca al primo posto tra i paesi industrializzati in termini di “timori” legati alla crescita degli investimenti cinesi in occidente, con una intensificazione notevole di tale sentimento negativo, rispetto al 2005 (The Economist, 2012).

In questo contesto, conoscere il fenomeno delle imprese del Go Global è importante, anche per capire finalità strategiche, approccio e motivazioni che spingono le imprese cinesi ad investire in Italia e valutare correttamente le implicazioni per il sistema produttivo ed il tessuto industriale italiano.

 Gli investimenti in occidente: i nuovi primati della Cina globale

Per meglio comprendere la presenza cinese in Italia, è utile partire da un esame del trend generale dei flussi di investimento frutto della politica del Go Global, all’interno di un panel di indicatori macroeconomici che permettano di cogliere i ritmi ed i primati della crescita cinese, anche alla luce della crisi finanziaria.

Come noto, l’andatura dello sviluppo economico cinese è stata frenata negli ultimi anni, pur rimanendo forte ed intensa: il PIL si sta espandendo a ritmi dell’8% nel 2012 (dopo l’8,9% nell’ultimo trimestre 2011 e il 9,2% del 2011), con un’inflazione prossima al 3%. Nel 2011 si è mantenuta la performance commerciale positiva, pure se indebolita rispetto all’anno precedente: l’import e l’export cumulati sono cresciuti del 25% e del 20% annui nel 2011. Ne è risultato un surplus in declino, nel 2011, di 156 miliardi di dollari (-15% rispetto al 2010).

Sul fronte degli investimenti diretti, anche il numero delle operazioni in ingresso è calato. La crisi dell’Europa ed il clima di incertezza negli Usa, oltre alle più stringenti normative cinesi sugli investimenti esteri, hanno fatto si che il valore investito in Cina nei primi quattro mesi del 2012 sia stato di circa 9 miliardi di dollari, lontano dalla media di 15 miliardi di dollari riscontrata nei quadrimestri dal 2005.

E’ invece proprio sul fronte degli investimenti dalla Cina che la crescita sta continuata in modo netto. I 14,7 miliardi di dollari riversati nel primo quarto del 2012 corrispondono a 149 operazioni, legate principalmente ad industrie ad alta tecnologia in Europa, oltre che ai settori dell’energia, delle risorse naturali e dell’alimentare in America e Australia (EU-China Economic Observatory, 2012).

Negli ultimi 5 anni le iniziative sono più che triplicate, attraverso un numero elevato di piccoli investimenti greenfield ma soprattutto acquisizioni e fusioni. Queste ultime rappresentano oltre il 60% degli investimenti esteri dal 2009, indirizzati soprattutto ai settori dell’elettronica, del software, dell’IT.

Gli investitori sono attribuibili sia a soggetti a controllo pubblico, sia a privati, anche di medie dimensioni. China Investment Corporation, il soverign wealth fund cinese, si è fatto promotore di acquisizioni di pacchetti azionari, anche minoritari, in settori come l’energia e le materie prime, oltre che il finanziario. Le imprese pubbliche si sono indirizzate, invece, prevalentemente sulle risorse naturali, sulle infrastrutture e public utility. Le imprese private hanno, dal canto loro, acquisito piccole e medie aziende alla ricerca di competenze, mercati, tecnologie.

Made in Italy by Chinese firms

Pur se Germania, UK e Francia hanno catalizzato negli ultimi mesi l’attenzione delle imprese cinesi, anche l’Italia svolge un ruolo non trascurabile nelle strategie frutto del Go Global. Particolarmente appetibili risultano gli agglomerati industriali caratterizzati da produzioni specializzate come quella meccanica, del tessile, dell’abbigliamento, degli elettrodomestici e del settore automobilistico. La possibilità di assorbire risorse immateriali ad alto valore, possedute dalle nostre imprese e dai nostri territori, risulta strategica. Immagine, marchi, ricerca, innovazione sono essenziali per crescere rapidamente, affermarsi sui mercati occidentali e contrastare l’immagine di produttori low cost e di scarsa qualità. Anche la ridotta dimensione delle imprese target e la localizzazione strategica per l’accesso ai mercati europei sono fattori decisivi nello stimolare l’interesse dei cinesi.

Ad oggi, le iniziative d’investimento sono in forte crescita: a marzo 2012 erano presenti in Italia oltre 100 società a partecipazione cinese, quando nel 2007, queste erano meno di 30.

Distribuzione geografica degli IDE cinesi in Italia

Lombardia 54
Veneto 12
Piemonte 11
Lazio 11
Emilia Romagna 9
Liguria 5
Marche 4
Friuli V G 2
Puglia 2
Toscana 1
Sardegna 1
Calabria 1
Campania 1
Totale 114

 

Modalità d’ingresso da parte delle imprese cinesi

nel mercato italiano per settore di appartenenza

Macro settori di appartenenza Totale Tipologia della partecipazione
Controllo Paritario Minoritario
Macchine e apparecchi meccanici 11 9   2
Altri mezzi di trasporto 2 2    
Costruzioni navali e ferroviarie 8 8    
Componentistica meccanica per auto 2 2    
Pelli, cuoio, calzature e pelletteria 2 2    
Macchine e apparecchiature elettriche e ottiche 3 3    
Alimentari, bevande e tabacco 1 1    
Prodotti chimici e farmaceutici, fibre sintetiche e artificiali 2 2    
Industria manifatturiera – Prodotti in metallo 10 6 2 2
Industria manifatturiera – Prodotti in materie plastiche 2 1 1  
Industria manifatturiera – Sistema moda e persona 8 8    
Industrie manifatturiere diverse 3 3    
Elettronica strumentale 2 1 1  
Ingegneria 4 3 1  
Energia elettrica, gas e acqua 3 3    
Commercio all’ingrosso 34 33   1
Logistica e trasporti 6 3 2 1
Servizi finanziari e assicurativi 2 2    
Servizi di telecomunicazione e di informatica 3 3    
Altri servizi professionali 3 3    
Altri settori 3 3    
Totale 114 101 7

I dati raccolti ed aggregati utilizzando varie fonti – dall’ICE, a Reprint, a Invitalia, alla stampa specializzata – fanno emergere nello specifico la presenza di 114 società con capitale a controllo cinese in Italia. La Regione Lombardia attrae la maggior parte di tali iniziative, concentrate soprattutto nell’area di Milano, particolarmente interessante per le imprese nel settore dei servizi, soprattutto finanziari, ma anche consulenziali – entrambi a supporto dei processi di globalizzazione delle imprese cinesi.

Altra Regione protagonista degli interventi cinesi è il Piemonte, grazie alla sua tradizionale specializzazione nel settore manifatturiero e dell’automotive in particolare. Analogamente, sono i settori del “bianco” ad emergere in Veneto, dei macchinari in Emilia Romagna e della logistica in Campania e Liguria. Al contrario, l’assenza di specializzazioni produttive e di competenze in settori tradizionali, unita ad ostacoli all’iniziativa privata, rendono le regioni del meridione ancora non particolarmente attrattive. La presenza di vantaggi di localizzazione, legati alla posizione strategica nel Mediterraneo, ha comunque spinto le imprese cinesi anche nel sud, come mostrano gli investimenti nei porti di Napoli e Taranto. Proprio nel porto di Taranto, dopo anni di stallo per problemi soprattutto burocratici, dovrebbero essere completati i lavori infrastrutturali che permetteranno di ricevere e movimentare oltre quattro milioni di container all’anno, grazie al rilancio promosso dai cinesi.

In linea con quanto successo in altri paesi europei, le imprese italiane a controllo cinese svolgono prevalentemente attività commerciali, legate all’analisi di mercato, studio di posizionamento e di prodotto, marketing per il gruppo di riferimento, esplorazione del contesto italiano ed europeo. La finalità market seeking degli investimenti appare evidente, ma il posizionare società commerciali sul mercato italiano potrebbe anche essere letto come primo step di una più ampia strategia di internazionalizzazione, in cui brand, conoscenze e tecnologie costituiscono il vero e ultimo obiettivo strategico. Non mancano poi gli esempi di acquisizioni finalizzate a proiettare le imprese cinesi ai vertici mondiali nei relativi settori di business, consolidando l’attività delle acquisite italiane e facendo leva su mutui vantaggi di integrazione. In questi casi, da un lato, le eccellenze e le competenze italiane favoriscono un upgrading delle produzioni cinesi. Dall’altro lato, lanciano le aziende italiane in un contesto mondiale ed in nuovi, ampissimi mercati.

Alcune storie di imprese cinesi in Italia, riportate di seguito, consentono di cogliere in pieno questi aspetti.

fonte: www.firstonline.info

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