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L.A. Salomè, un’epoca passata che torna in vita più che mai

L.A. Salomè nasce da un’idea di Flavia Zama, una persona piena di entusiasmo, a cui piace fantasticare su epoche passate e creare, grazie alla sua fervida fantasia, cappelli ispirati a queste epoche così lontane ma così affascinanti. Flavia dà vita alle sue idee nella bella Sicilia, più precisamente Favignana nelle Isole Egadi, che fa da cornice a questa sua immaginazione e le permette di dare libero sfogo ai suoi sogni che qui vengono realizzati.

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L.A. Salomè non è, ovviamente, un nome scelto a caso: Louise Von Salomé anche nota come Lou Andreas-Salomé, è stata una scrittrice e psicoanalista tedesca di origine russa, allieva di Sigmund Freud e amica di Friederich Nietzsche e Paul Rée, risultando nella storia un personaggio affascinante e di grande intelletto, che Flavia ha omaggiato così con il nome della sua attività.

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Storia di Lou Andreas-Salomè

Lou (forma abbreviata di Louise) nacque a San Pietroburgo il 12 Febbraio 1861, figlia del Generale Gustav von Salomé e di Louise Wilm. Il padre era originario della Francia del Sud, ma si era trasferito a San Pietroburgo a sei anni, a seguito della cacciata degli Ugonotti (protestanti francesi di fede calvinista). All’epoca della nascita di Lou era al servizio dei Romanov, che lo avevano fatto diventare un aristocratico per il suo valoroso comportamento durante l’insurrezione polacca del 1830. La madre di Lou veniva invece da una ricca famiglia di industriali dello zucchero.

La coppia ebbe sei figli e Lou arrivò ultima, dopo cinque maschi: per questo era la cocca del papà. Il rapporto con la madre invece fu sempre difficile, perché la signora Louise non vedeva di buon occhio il carattere ribelle e anticonformista della figlia. Lou del resto era cresciuta in un ambiente spiccatamente maschile, anticonvenzionale e intelligente: non amava i balli dell’aristocrazia russa e preferiva dedicarsi agli studi. A questi fu introdotta da Hendrik Gillot, pastore dell’ambasciata olandese a S. Pietroburgo, un intellettuale piuttosto anticonformista, soprattutto sui temi della religione. Quando Gillot si innamorò della sua giovane allieva, si rischiò lo scandalo, in quanto il pastore si era messo in testa di chiedere il divorzio alla moglie per poi sposarsi con Lou.

In seguito a questa storia e poiché Lou soffriva di tubercolosi, la signora Louise decise di andare a Zurigo, dove la figlia avrebbe potuto seguire delle lezioni presso una delle poche Università che ammetteva le donne fra gli studenti. Nel settembre 1880 dunque le due donne raggiunsero Zurigo, dove Lou intraprese lo studio della storia dell’arte e della teologia. Durò poco: infatti, le cattive condizioni di salute della ragazza spinsero madre e figlia a cercare un clima ancora più favorevole, in Italia. Nell’inverno 1881-1882 Lou e la madre vennero in Italia. Le due donne fecero una tappa a Roma per visitare un’amica, Malwida von Meysenbug, scrittrice ed ardente rivoluzionaria, di idee molto radicali. Malwida era a sua volta amica di un filosofo allora quasi sconosciuto, Friederich Nietzsche, che nella sua casa di Sorrento aveva scritto il libro “Umano, troppo umano”.Quando arrivarono a Roma Lou e la madre, in casa di Malwida vi era un altro ospite, il filosofo Paul Rée, di origine ebraica, ma ateo. Rée si interessava molto di psicologia ed era un seguace di Schopenhauer. Aveva vissuto insieme a Malwida e all’amico Nietzsche mentre quest’ultimo scriveva il suo libro a Sorrento e lo aveva molto aiutato nel mettere a punto alcuni concetti. (Per questo Nietzsche gli era molto riconoscente e gli attribuiva i ‘diritti di paternità’ dell’opera). Rée si innamorò immediatamente di Lou e di lei scrisse molto all’amico Friederich Nietzsche. Anche Malwida scrisse a Nietzsche, con queste parole: “Una fanciulla molto singolare (Rée dovrebbe averGliene scritto), la cui conoscenza, come in altri casi, io devo al mio libro, mi sembra sia giunta nel pensiero filosofico all’incirca agli stessi risultati cui è giunto Lei” Anche Nietzsche si innamorò di Lou. Resta famosa la frase che le sussurrò al momento dell’incontro: “Da quali stelle siamo caduti per incontrarci qui?“.

I due cominciarono a conversare di filosofia e trovarono molte affinità nel modo di vedere le cose. Scrive Nietzsche: “La cosa più utile di quest’estate sono state le mie conversazioni con Lou. Le nostre intelligenze e i nostri gusti sono profondamente affini – e d’altra parte vi sono tanti contrasti che noi siamo l’un per l’altro i più istruttivi oggetti e soggetti di osservazione. Finora non ho conosciuto nessun altro che sapesse trarre dalle sue esperienze una tale quantità di cognizioni oggettive…. Vorrei sapere se si è mai data un’apertura filosofica come quella che esiste tra noi“. Nel mese di Aprile le due signore russe decisero di tornare in Patria e si spostarono verso Nord. Nietzsche e Rée le raggiunsero a Milano ed insieme si diressero per una breve vacanza sul lago d’Orta. Nel pomeriggio, la signora Salomé e Rée decisero di andarsi a riposare e così Nietzsche ebbe finalmente la possibilità di restare solo con Lou.

Pare che in quella occasione i due si siano scambiati un appassionato bacio sul Monte Sacro, presso il lago d’Orta. (“Ti devo il più bel sogno della mia vita” scrisse in seguito Friederich a Lou, ricordando quei momenti). Lou era attratta dal nuovo amico, ma nello stesso tempo c’era in lui qualcosa che la respingeva. Friederich aveva 38 anni, ben 17 più della ragazza e sebbene non potesse non sapere che anche l’amico Paul era interessato a Lou, non si fece scrupolo nell’avanzare alla nobildonna russa diverse proposte di matrimonio, tutte respinte.«Io sento in Lei altro che questi moti. Rinuncio volentieri ad ogni intimità e vicinanza, se solo posso esser certo di questo: che siamo concordi là dove le anime comuni non arrivano». Ricordando i bei momenti del lago d’Orta disse: «…quella volta a Orta avevo deciso in cuor mio di fare partecipe Lei per prima della mia intera filosofia. Ah, lei non immagina quale decisione fosse quella: credevo che non si potesse fare dono più grande. Un’impresa di lunghissima lena…». Indubbiamente la relazione con Lou fu molto importante per lui, tanto che nel 1884 Nietzsche giunse addirittura a scrivere: «…di tutte le conoscenze che ho fatto, una delle più preziose e feconde è quella con Lou. Soltanto dopo averla frequentata sono stato maturo per il mio Zarathustra».

Cominciò dunque in questo periodo un rapporto a tre, fra Nietzsche, Rée e Lou. Lo ricorda una famosa foto in cui i due uomini tirano una carrozza guidata da Lou, che tiene in mano una frusta. Si potrebbero ipotizzare chissà quali rapporti trasgressivi fra loro: in realtà sembra vivessero tutti come fratelli, ma di più non è dato sapere, dal momento che anche nelle lettere che i tre si scambiarono non vi sono elementi che facciano immaginare nulla, al di là di una profonda amicizia. Il rapporto fra Nietzsche e la Salomé si interruppe burrascosamente dopo soli due anni dall’incontro. Lou e Rée continuarono invece a vivere insieme a Berlino e a Vienna per altri tre anni, dopo di che, nel 1886, Lou si fidanzò con il professore di lingue orientali a Göttingen, Friedrich Carl Andreas, cui si unì in “matrimonio bianco” l’anno successivo. Lo sposo aveva 41 anni, la sposa 26. Paul Rée non riuscì mai a superare questo abbandono e nel 1901 morì tragicamente in un fiume.

Nel 1894 la Salomé, ormai distante affettivamente da quella tormentata relazione, pubblicò un libro su Nietzsche: Nietzsche. Una biografia Intellettuale, descrivendolo come un musicista di grande talento, un pensatore dallo spirito libero, un genio religioso e un poeta nato. Lou Salomé dunque, ancor prima di conoscere Freud e la psicoanalisi, riuscì a fornire dell’amico Nietzsche una profonda descrizione psicologica, presentandolo come un soggetto diviso, destrutturato nelle innumerevoli tonalìtà emotive che lo pervadevano. In quel periodo la Salomé era molto attiva: scriveva saggi, opere di narrativa, critiche teatrali, recensioni, articoli su varie riviste.

La sua intensa attività intellettuale la portava a spostarsi nelle principali città in cui ferveva lo spirito di fine secolo: Berlino, Monaco, Parigi, Vienna. In questo periodo volle conoscere il sesso e l’occasione le fu data da un certo Dr. Friederich Pineles, un fisico viennese. Questa scappatella non mise tuttavia in crisi il matrimonio di lei, che continuò e durò formalmente 43 anni. Nel 1897 Lou conobbe il giovane poeta Rainer Maria Rilke, che aveva all’epoca solo 22 anni (lei 36). I due ebbero un intenso rapporto sentimentale e spirituale, ma nel 1901 Lou decise di chiudere la relazione perché sentiva che Rilke dipendeva troppo da lei. I due si lasciarono, ma non smisero di scriversi e rimasero legati dall’affetto (come testimoniato dalle lettere pubblicate successivamente nell’Epistolario 1897 – 1926). Nel 1902 Lou ricominciò a vedersi con il Dr. Pineles: doveva essere una storia poco impegnativa, ma dopo una vacanza con lui nel Tirolo, la Salomé si accorse di essere incinta. Il bambino tuttavia non nacque: non è chiaro se vi sia stato un aborto spontaneo o procurato, ma certamente il fatto che lei fosse una donna sposata pesò notevolmente in questa vicenda. Lou decise che non sarebbe mai diventata madre; riprese la relazione con Pineles, fece con lui altri viaggi, ma si guardò dal restare nuovamente incinta e rifiutò tutte le sue proposte di matrimonio. Alla fine Pineles la lasciò.

Nel 1911 Lou aveva 50 anni: fu in questa stagione della vita che incontrò Sigmund Freud, di cui divenne confidente, amica e forse anche amante (come lei stessa confidò a Jung), oltre che amica della figlia Anna. Ciò che sappiamo con certezza è che Freud la stimava moltissimo, visto che la cita ben sette volte nella sua opera omnia. La frequentazione del creatore della psicoanalisi, le sue idee, la sua scienza, la coinvolsero moltissimo, soprattutto nella sua aspirazione di conoscenza profonda del proprio sé. Nel 1911 Lou partecipò al congresso della società psicoanalitica di Vienna, dopodiché iniziò i suoi studi e la formazione sotto la direzione di Freud stesso.Gli anni successivi saranno da Lou totalmente dedicati alla psicoanalisi, sia con il lavoro terapeutico che con quello di ricerca. Scrisse diversi articoli dedicati a sessualità, desiderio e felicità raccolti nell’antologia “La materia erotica”, nei quali analizza approfonditamente il complesso edipico femminile. Nel 1931, in onore del Maestro, che compiva 75 anni, pubblicò il libro: Il mio ringraziamento a Freud. Nonostante questo, quello che rimane di lei è considerato in genere di scarsa importanza nella storia della psicoanalisi. Dopo l’avvento del nazismo la psicoanalisi visse un momento difficile, essendo considerata ‘scienza giudea’; la Salomé continuò tuttavia ad esercitare la professione fino all’ultimo, restando accanto al marito Andreas. Nel 1937, a 76 anni, morì nel sonno. Fu tumulata nella tomba del marito a Göttingen. Poco tempo dopo la Gestapo sequestrò tutte le sue pubblicazioni (12 romanzi, un saggio sui personaggi di Ibsen e gli scritti di psicoanalisi).

Già in tenera età Flavia sviluppa una forte passione per la moda e i cappelli di ogni genere, questa passione trova modo di concretizzarsi grazie ad un incontro che le cambierà poi di fatto la vita. Tutto ha inizio quando conosce una modista “d’altri tempi”, una figura storica tra le professioni artigiane, che risale al Settecento. Le modiste già allora dettavano le mode dell’epoca e si occupavano di adornare le teste delle nobil donne con cappelli e decori di ogni tipo. Gli insegnamenti tratti da questa artigiana porteranno Flavia a materializzare tutti i suoi pensieri e, con la sua vena creativa, creare tutto ciò che ha sempre amato fin da ragazzina.

Lo scopo di fondo dell’attività di L.A. Salomè è molto nobile ed è quello di continuare a far vivere questo mestiere, che richiedeva e tutt’ora richiede creatività, tecnica e conoscenza dei materiali, il tutto sommato ad un saper fare artigiano in cui il lavoro manuale era la vera chiave del successo per creare prodotti di qualità. Un mestiere tra i più importanti e affascinanti della storia della moda, una vera e propria forma d’arte che sta scomparendo e che in realtà ha ancora tanto da offrire per tradizioni e lavorazioni particolari.

Flavia vuole far rivivere ancora la Belle Époque con una collezione di 10 cappelli ad essa dedicata che ha voluto proporre per il nostro store. Si avvale per queste sue meravigliose creazioni di tecniche di modisteria classica, modellando i cappelli sopra varie forme di legno, usando poi colle e attrezzi per indurire il processo, come materiali utilizza velluto, organza di seta pura e vari decori originali, dipingendo e creando dall’inizio alla fine tutto a mano.
Ecco alcuni dei suoi modelli:

Il primo Calotta in organza dipinta è realizzato in organza di seta, con veletta di seta, con decorazione vintage sulla sommità, decorato a mano.
Il secondo Cappello “Belle Époque” marrone è realizzato in velluto di seta marrone, presenta un decoro a rosa in linea continua lo rende particolare e affascinante nella sua semplicità.
Il terzo Cappello con decorazione viola è realizzato in organza di seta con ornamento di piume viola, decorato a mano.

Con questa collezione ispirata agli anni 20/30 del ‘900, Flavia ha fornito il materiale per i costumi di scena per degli attori teatrali. Ha partecipato, oltre che con questi cappelli, anche con altre sue creazioni tra cui vestiti e accessori anche a diverse sfilate legate all’epoca Liberty, a sfilate moda/mare, a sfilate che raccontassero l’essenza della sicilianità e del territorio e un’altra in particolare, che Flavia ricorda con affetto, legata alla figura di Franca Florio, altro personaggio storico femminile di grande intelligenza e fascino, figura risultata essere di grande spicco durante il periodo della Belle Époque, risultandone una delle sue maggiori esponenti. Qui ritratta nel dipinto di Giovanni Boldini.

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Storia di Franca Florio

E’  bello, oggi,  poter ricordare,  una donna che  ha fatto la storia di Palermo.
Una donna amata e stimata da tutti.  Bella, saggia, intelligente, una di quelle che, pur non somigliando alle nostre top model, si lasciava guardare e mai passò inosservata. Polo di attrazione di tutti i salotti palermitani, attirava a sé tutti gli sguardi degli uomini, bramanti di lei, ma che solo della sua casta presenza  potevano godere, almeno a quanto si dice. “Donna bellissima e moglie fedele” un binomio un po’ controverso che ha impegnato gli storici più curiosi del secolo scorso per stabilire quale delle due verità fosse più vera!
Il Kaiser Guglielmo II la chiamò “La stella d’Italia” e il celebre Gabriele D’Annunzio “l’Unica”.

Parliamo di Donna Franca Florio, moglie di Ignazio Florio junior, l’uomo più ricco e importante di Sicilia che non ebbe mai a lamentarsi della sua inconfutabile fortuna, compresa quella di aver sposato la  giovanissima e bella Franca. Alta circa 1,73, occhi verdi, carnagione ambrata e un vitino da far girar la testa, donna Franca diventò in poco tempo la donna più ammirata e amata di Palermo e non solo per la sua bellezza, ma anche per il suo modo di essere, per la sua bontà, intelligenza e saggezza, qualità che non necessariamente risiedono tutte quante in una sola persona, ma che in lei erano presenti tutte.

La bella Franca ricoprì un ruolo fondamentale nella gestione dell’economia della famiglia che contava banche, industrie,  cantieri navali, fonderie, tonnare, saline, cantine vinicole (il famoso Marsala) e, soprattutto, una delle più grandi flotte europee, la Società di Navigazione Italiana.
Il sogno della famiglia Florio era quello di dare a Palermo e alla Sicilia un volto europeo, ed è per questo che i due coniugi strinsero amicizie e rapporti di una certa rilevanza in cui Franca giocò un ruolo importantissimo.
Eccola, quindi, protagonista di serate galanti, mentre sfoggia abiti sontuosi e preziosissimi gioielli che il marito Ignazio Florio amava regalarle, forse per farsi perdonare le frequenti avventure amorose a cui era avvezzo.

“I panni sporchi si lavano in famiglia” usava dire la donna e pare che mai abbia fatto scenate di gelosia o dato adito a chiacchiere. A riprendere Ignazio ci pensava la madre, Giovanna Florio nata d’Ondes, Franca invece, delle debolezze del marito riusciva a farne addirittura una forza.
Donna di classe, di gusti raffinati e forse un po’ bizzarri, Franca nella sua casa di Palermo teneva in libertà due scimmiette, due cercopitechi chiamati Fitty e Fufi molto dispettosi, che i camerieri in assenza della padrona legavano a una catenella. Le due diaboliche scimmiette un giorno provocarono un incendio in cui bruciò “la famosa e preziosissima tenda in pizzo e merletto del Cinquecento, vanto di casa Florio”. Le chiacchiere del tempo dicono che gli animali, “cercando d’imparare a fumare, come avevano visto fare”, cominciarono a sfregare i fiammiferi da cucina contro il muro fino ad accenderli e in fine il danno…

Il mito avvolse donna Franca che era capace di giocarsi a carte in una sola sera un patrimonio e di inquietare i sonni dei più raffinati spiriti artistici dell’epoca: Puccini, Leoncavallo, Caruso, Montesquieu, una schiera di illustri pittori, tra cui Boldini e De Maria Bergler, esponenti della più alta aristocrazia italiana come il duca Cesarini Sforza ed altri personaggi tra i più importanti del panorama internazionale. Tutti soggiogati dal suo fascino.
Tanto invaghito di lei fu Gabriele D’Annunzio: Donna Franca amava le sue opere e i suoi consigli, ma lo preferì sicuramente come amico per la vita piuttosto che come amante temporaneo.
Anche l’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe si era innamorato di lei e un giorno, durante una visita a Vienna, le fece un regalo molto particolare: non un gioiello o un oggetto da collezione, regali tipici per una donna di classe, ma una tromba d’automobile. Regalo insolito, penserete, ma quando l’automobile di  donna Franca passava per le strade di Vienna, al suono della tromba tutti si fermavano come atto di rispetto e di riverenza pensando fosse l’imperatore, e invece passava donna Franca che godeva così dei saluti e del rispetto dei soldati e di tutti i passanti.

Si narra anche che una sera, alla Scala di Milano, Arturo Toscanini volse per un attimo le spalle all’orchestra mentre era in corso un applauso, per dirigere il suo inchino verso un palco tra tanti: vi era entrata Franca Florio.
La sera del 19 maggio 1896 all’inaugurazione del Teatro Massimo, si rappresentava il “Falstaff” di Verdi, ma gli occhi di tutti erano attratti dalla sfolgorante bellezza di Franca. Il vero spettacolo quella sera fu lei, avvolta da una stola di zibellino a coprirle le ampie spalle che nude spiccavano dal favoloso vestito di seta chiara che amplificava i raggi di luce sfavillante emessi dai diamanti che adornavano la sua parure.

I gioielli di Franca Florio nascevano per lei, dai migliori orafi del mondo, da Cartier a Lalique, che inviavano al Florio conti da far accapponare la pelle. Un esempio per tutti: la famosa “collana di perle della Florio”. Era un gioiello maestoso, lunghissimo, che contava trecentosessantacinque perle di invidiabile calibro, pesante e maestosa tanto da mettere in imbarazzo la Regina d’Italia che possedeva una collana di perle, ma non all’altezza.
Nonostante il suo amore per i gioielli, Franca decise di non indossare più orecchini dopo che D’Annunzio le fece notare come qualsiasi gioiello pendente dalle sue orecchie avrebbe alterato i lineamenti del suo viso dove, da sempre, si concentrava gran parte della sua bellezza.

Franca vestiva esclusivamente dal sarto parigino Worth: amava scegliere le stoffe, abbinare i colori, modificare i modelli, e personalizzare i capi da indossare.
Bellezza, ricchezza, adulazione, tutto quello che una donna desidererebbe avere e pure Franca Florio non era del tutto soddisfatta, la sua carnagione ambrata, quella che oggi le donne si procurano artificialmente, con creme e lampade solari, era un grosso problema per lei che desiderava una pelle bianca. Fu così che un giorno, in uno dei suoi viaggi a Parigi, si fece porcellanare il viso con una tecnica speciale e dolorosa, un trattamento con smalto liquido. Immaginate la reazione di Ignazio, nel vederla tornare a casa: si racconta che le abbia fatto immergere il viso in acqua calda, comportandosi da geloso marito purosangue siciliano.

Una reazione simile Ignazio la ebbe anche quando la moglie si fece ritrarre dal pittore Boldini, che dipinse Franca in tutta la sua bellezza e fascino con una spallina un po’ caduta e con le caviglie scoperte, quadro che si trova oggi a Palermo a Villa Igea e che Ignazio Florio fece immediatamente riprendere con l’allungamento del vestito e l’alzata della spallina, perché in un atteggiamento a dir suo troppo provocante e non consono ad una nobildonna.
La gelosia e i tradimenti del marito, comunque non erano il vero cruccio di Franca, ben altri dolori lacerarono il suo cuore e segnarono la sua vita: la morte dei suoi figli.

La prima figlia dei coniugi Florio, Giovanna, a soli 9 anni morì di meningite. Ignazio, affettuosamente chiamato baby boy, l’unico erede maschio, morì l’anno dopo e Giacobbina, nata nove mesi dopo visse solo un’ora. Non c’è che dire, un vero strazio. Uniche figlie rimaste furono Igea e Giulia che non erano considerate eredi di tutto rispetto in quanto femmine, e quando si parlava di economia a quei tempi, questo era importante.

Fu così che a poco a poco, tra la fine degli anni venti e la metà degli anni trenta, a casa Florio ci fu il crollo economico, causato forse dallo sfrenato lusso e dall’incapacità di rinnovare le strategie.
Le situazioni avverse ed il dolore avevano cambiato il volto della “Bella Franca” che nonostante tutto terminò con dignità la sua vita, fra stenti e dolori, leniti dalle gioie che le dettero le adorate figlie ed i nipoti.
Franca Florio morì nel 1950, a 77 anni, nella Villa Salviati della figlia Igea. Si spegneva con lei quella figura bella ed altera che rappresentò Palermo in quell’epoca, si diceva infatti di una bella donna: “E CCU E’? FRANCA FLORIO?”

(Tratto dal sito: palermoviva.it/franca-florio-una-donna-da-ricordare)

Flavia, con la sua attività guarda alle tradizioni con un occhi puntato però alle nuove tecnologie e alle nuove tecniche di produzione. Riutilizzando materiali che vengono così riscoperti per la realizzazione di veri e propri capolavori senza tempo.


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