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Un giovane designer italiano di grande talento, Giuliano Ricciardi

“Se esiste già, non hai inventato nulla, ma nessuno ti impedisce di fare la differenza lasciando un’impronta”.

Si presenta a noi così Giuliano, preparato, appassionato e con un grande talento nell’ideare e creare, capace di lasciarci a bocca aperta davanti alle forme semplici  e geniali delle sue opere.

Dietro tanta creatività, una storia di esperienze e studi non facile e sicuramente non da tutti. Gli abbiamo chiesto di raccontarcela nei particolari perchè rappresenta un bellissimo esempio per chi si affaccia a questo mondo, per chi vuol capire qualcosa in più del lavoro del designer e perchè siamo convinti che il suo talento abbia esclusivamente bisogno di un po’ di visibilità, per raggiungere quei produttori che saprebbero valorizzare i suoi progetti trandone grandi profitti.

Giuliano Ricciardi design

Il mio primo contatto con il mondo del design è stato mediato da un’importante esperienza con l’artigianato, quando, dopo gli studi superiori, quasi per caso, iniziai a fare pratica presso il  laboratorio di falegnameria di Gioacchino Salvago, dove ho potuto apprendere le nozioni e la manualità necessarie a lavorare il legno.

Con il Maestro non ho avuto vita facile perché, come tutti gli artigiani figli di artigiani, non dava adito ad insegnamenti, tutto si basava sull’osservare o sull’ascoltare consapevole che ad ogni mio “perché?” lui rispondeva “così mi hanno detto che si fa, così faccio io e così devi fare pure tu” (riconducendo tutto all’osservare). Insomma, da subito ho capito che la teoria la dovevo fare da me e che il mestiere andava letteralmente “rubato”, giorno dopo giorno, lavoro dopo lavoro, stando attento alle mani (le mie che imparavano e le sue che insegnavano).

Dopo questa esperienza formativa, notato dall’Arch. Bernardo d’Ippolito e deciso a migliorare ed evolvere la mia professionalità, sono entrato a far parte dello staff della KinoWorkshop srl come disegnatore, esperienza che mi ha spinto a intraprendere gli studi universitari in Disegno Industriale.

Al contrario del mio primo giorno in falegnameria dove era bastata la stretta di mano e qualche giorno di “esame pratico”, il colloquio con l’Arch. D’Ippolito non è stata una passeggiata. Ricordo ancora alcune domande, alcune strane come “da piccolo eri uno che smontava e rimontava i giocattoli o li rompevi?”, altre invece più tecniche e in linea con la mansione che avrei dovuto svolgere.

Sapevo che quel posto da disegnatore non l’avrei mai avuto perché la matita in mano non la sapevo proprio tenere e le mie nozioni di disegno tecnico erano ferme alla scuola media, e invece questo è diventato un nuovo inizio. Infatti, dopo qualche giorno, avevo una postazione Mac tutta mia, il manuale di un software in una mano e il mouse nell’altra pronto a imparare a disegnare, perché “se le cose le sai fare materialmente con le mani, le sai anche disegnare devi solo imparare a farlo”.

Riprendere gli studi dopo tanto tempo non è stato semplice, ma le esperienze maturate in falegnameria e alla Kinoworkshop sono state fondamentali. Per assurdo, rispetto ai colleghi di studio che avevano menti fresche e una preparazione scolastica più vicina al settore, io avevo già il mestiere in mano, sapevo come fare un oggetto e come rappresentarlo, mi mancava qualcosa che stimolasse la mia creatività, che in qualche modo “giustificasse” i tratti, la “teoria”.

Laureato al Politecnico di Bari nel 2009, in Design del Prodotto di Arredo con tesi dal titolo “SB-1 – studio di boiserie modulare”, ho fondato il d-Lab studio, contenitore di idee e professionalità. L’obiettivo era, ed è tutt’ora, quello di sviluppare concept di prodotto, ma con i miei co-worker ci occupiamo anche di interior design, 3d visualization, comunicazione e fotografia.

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SB-1 è uno studio di boiserie modulare, sviluppato sulla base di pannelli in legno, gli stessi utilizzati da Ron Arad per la sua Three Skin Chair, ideati dall’azienda tedesca ReHoltz gmbh (acquisita attualmente dalla Danzer). Ma SB-1 non si limita solo a questo; il sistema infatti è costituito anche da un telaio in alluminio e da vani contenitori.

Il telaio è dotato di distanziali che permettono una macro e micro regolazione tale da garantire un perfetto allineamento dei pannelli di rivestimento e allo stesso tempo di sostenere i moduli contenitori inseriti nella intercapedine creata tra la parete in muratura e il rivestimento esterno. Quest’ultimo, grazie alle proprietà del materiale utilizzato, ha un aspetto organico,  come se i pannelli si “spalmassero” sui contenitori retrostanti accennandone le forme.

Risale a questo periodo Storage, un sistema di arredo modulare che trae ispirazione dai comuni pallet utilizzati per lo stoccaggio delle merci. Anche se l’idea può trarre in inganno, la filosofia di questo progetto deriva non dalla volontà di riciclare pedane, bensì dal fatto che tutti noi, giorno dopo giorno, “stocchiamo” ciò che ci appartiene in contenitori o su piani di appoggio e che, sempre più spesso, i luoghi che viviamo sono temporanei, quindi “perché non realizzare un arredo trasportabile che sia anche utile a trasportare il suo contenuto?”.

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Un sistema del genere è semplice da allestire, è un po’ come giocare con le costruzioni, si hanno a disposizione una serie di pezzi da mettere insieme e la composizione verrà dettata dalle possibilità che offre l’abitazione o dalle necessità di chi la sta allestendo.

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Per la realizzazione del prototipo scelsi un materiale povero, il lamellare di abete, perché non volevo stravolgere un oggetto che avesse già fascino, e pensai di lasciare al consumatore la possibilità di rifinirlo in autonomia e quindi anche di personalizzarlo.

Qualche tempo dopo, iniziai a sviluppare il concept del Tavolo Chiglia, un progetto al quale sono particolarmente affezionato, che ha decretato il mio debutto oltre a rappresentare un omaggio alla mia Taranto, la Città dei Due Mari. Il concept si ispira, infatti, allo scheletro delle imbarcazioni da cui prende il nome.

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Ogni elemento che compone il tavolo è studiato per assolvere una determinata funzione: le vertebre sostengono il piano in vetro e si uniscono alla trave centrale grazie ad un incastro a coda di rondine. Quest’ultima sostiene la struttura descritta e si poggia su due cavalletti simili a quelli utilizzati per ripristinare le imbarcazioni a secco.

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L’intero progetto si basa sull’utilizzo di appropriati incastri che rendono la struttura libera da perni e viteria metallica. Realizzato il progetto decisi di partecipare al contest “tra le briccole di Venezia 2012” indetto da Riva 1920 Industria Mobili e nel Novembre 2012 sono stato premiato classificandomi al 2° posto della competizione on line.

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L’anno successivo, su invito dell’Arch. Claudia Pignatale (Design Gallery SecondoMe), ho esposto il Tavolo Chiglia all’evento Fuorisalone Juice (c/o Garage – Porta Venezia) durante la Milano Design Week 2013 al fianco di designer del calibro di Sam Baron, Nigel Coates e Zave, opportunità che mi ha offerto una visibilità impensabile prima e in breve tempo sono arrivati i riconoscimenti su magazine e blog di settore della portata di AD (N° 387 – Agosto 2013), Casatrend (N° 4 – 2013), Design Street e di network come MadeinItalyfor.me.

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La visibilità ottenuta mi ha spinto a partecipare alla Design Week 2014 come designer indipendente, presentando prototipi e prodotti di concept vecchi e nuovi al DIN di Promote Design in zona Lambrate. Gli oggetti presentati in questa occasione spaziavano dal design commerciale, come lo sgabello ComeMiVuoi

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a quello di nicchia, come il sistema di contenitori Goccia;

alcuni pensati per una produzione industriale seriale, come il modulo contenitore Ypsilon,

Ypsilon Giuliano Ricciardi

altri ancora sono pensati per uno sviluppo in ambito domotico come il lampadario Lampàna.

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Anche in questo caso non sono mancati i riconoscimenti … Il modulo Ypsilon e i contenitori Goccia sono stati pubblicati rispettivamente su AD 401 e sul magazine spagnolo On Diseño 346, mentre nell’autunno dello scorso anno, il neo architetto Gaetano Turturro mi ha richiesto una versione Custom del Chiglia destinata alla sala riunioni di De Candia Rappresentanze, una variante così apprezzata che ho deciso di renderla prodotto con il nome di Chiglia 2.0.

Chiglia DeCandia Chiglia 2_0 DeCandia

Nei 2 mesi precedenti la partecipazione alla Design Week 2014, ho seguito progettazione e realizzazione di un locale food di Taranto “SUD food & music”, in stile minimal industrial, alcuni lo definiscono newyorkese,  un locale di nuova generazione, dinamico, in cui l’identità di ristorante si mescola a quella di american bar con musica dal vivo. Un ambiente caratterizzato da toni e materiali caldi e da una illuminazione soft che coinvolge quasi esclusivamente tavoli e banchi snack.

Quando ho un’intuizione, un’idea, la schizzo, prendo appunti, la “fermo” su carta per tornarci su quando è il caso di concretizzarla, magari apportando correzioni e modifiche, per autoprodurre un prodotto o per sottoporla all’attenzione di un cliente che, probabilmente, ha chiesto la mia consulenza. Ecco perché la nascita di un concept non coincide sempre con lo sviluppo del prodotto e/o la sua prototipazione/produzione.

Il design che produco, come concept e/o come prodotto, non ha segreti, piuttosto è frutto di un’attenta analisi esigenziale, tanta creatività e una buona dose di capacità di sintesi, ingredienti base per un progetto con buone potenzialità di successo. È importante saper valutare le esigenze legate ad uso e/o funzione di un prodotto, rispettare la logica forma/funzione, conferire al prodotto un aspetto degno del proprio estro creativo, ma la cosa essenziale è mantenere equilibrio fra i vari elementi.

Non credo sia indispensabile avere un trascorso da artigiano per diventare designer, ma io devo moltissimo a questa esperienza, perché mi ha permesso di toccare con mano la materia prima, di vedere realmente come una tavola di legno grezzo diventa un oggetto d’arredo, di capire che disegnando bisogna immedesimarsi in chi realizzerà l’oggetto, che i materiali non vanno scelti solo per l’effetto che danno, ma in funzione del compito che devono assolvere, ecc.

Ogni volta che scelgo di sperimentare un nuovo materiale, chiedo consigli e seguo il lavoro di chi quel materiale professionalmente lo conosce meglio di me, perché le variabili come tempi  e tecniche di lavorazione, costi, ecc, mutano. In ogni caso, cerco sempre di conferire al mio design un accurato equilibrio tra tecnica e materia e anche durante i miei workshop, come quelli tenuti al Cactus Hub di Taranto e al Coffice Porta Grande di Putignano, cerco di trasmettere sempre questa idea di design che nasce, come dicevo, considerando la materia e non sfruttandola come mezzo per realizzare un oggetto schizzato o modellato.

Indubbiamente non posso trascurare il fatto che la tecnologia svolga un ruolo importantissimo nel settore design. È grazie ad un costante sviluppo tecnologico che si possono ottenere oggi lavorazioni prima impensabili, che i tempi di produzione sono così ridotti e che se prima per realizzare un prototipo dovevamo rivolgerci anche a più artigiani, ora, nella migliore delle ipotesi, possiamo farlo a casa con una stampante 3D. Quello che non condivido è l’unicità di una produzione totalmente “casalinga”. La mano dell’uomo farà sempre la differenza e non potrà mai essere sostituita dalla perfezione delle tecnologie 2.0.

Al momento cerchiamo show room e agenzie di import/export disposte a commercializzare il nostro catalogo e aziende o artigiani disposti a scommettere su di noi ed i nostri concept, come ha fatto il brand De Mura con il quale stiamo lavorando allo sviluppo di un nuovo bellissimo progetto.

Giuliano Ricciardi d-Lab

per contatti con Giuliano Ricciardi scrivere a info@dlabstudio.it

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