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La mappa del nuovo Made in Italy

Scritto da: Francesco Cancellato

Dante Ferretti, Gianluca Lo Schiavo, Michael Giacchino, Mauro Fiore, Dario Marianelli, Milena Canonero, Dante Scalia. Sono nomi che forse non vi dicono molto, se non siete dei cinefili. Sono gli ultimi otto italiani ad aver vinto un Oscar, dal 2004 al 2012. Sono scenografi, compositori, direttori della fotografia, costumisti, montatori. Nessun miglior attore protagonista, né miglior registra, quindi. Gente che rimane sullo sfondo, i cui nomi scorrono dopo uno o due minuti di titoli di coda. Sono parte del processo, non del palcoscenico.

Il nostro made in Italy che sta mutando pelle nella crisi assomiglia più a loro che a Benigni o a Tornatore. Certo: anche noi abbiamo i nostri grandi attori e registi, come ci sono i marchi più famosi della moda, dell’alimentare, dell’arredo casa, dell’industria automobilistica. Molti di quei marchi, tuttavia, sono italiani solo nel nome. Tanto per fare degli esempi: Bulgari, Emilio Pucci, Acqua di Parma, Fendi sono in mano alla Louis Vuitton Moet Hennessy; Gucci, Bottega Veneta, Sergio Rossi e, di recente, Pomellato sono finiti sotto la Kering della famiglia Pinault; peraltro, secondo la Coldiretti, nel solo 2011 abbiamo venduto all’estero una quantità di marchi alimentari italiani che assieme fanno 5 miliardi di fatturato.

Il grafico sopra riportato, tratto dal rapporto Sace sulle prospettive dell’export italiano nel triennio 2014-2016, parla piuttosto chiaro: pur in un contesto di crescita generalizzata dell’export in valore, non saranno le imprese dell’alimentare, dell’arredo casa e del tessile abbigliamento (o meglio: quelle ci sono rimaste in casa) a trainare le nostre esportazioni. Ben più di loro cresceranno le attività estrattive, la chimica, i produttori di gomme e plastiche, le industrie che lavorano il metallo, la meccanica strumentale, le apparecchiature elettriche. Secondo il rapporto Sace, «il peso dei beni intermedi sul totale export aumenterà dal 30,1% del 2012 al 31,4% del 2016, quello dei beni di investimento dal 39% al 40,2%. Si ridurrà invece il peso dei beni di consumo».

Molte delle imprese appartenenti a tali settori sono realtà italiane di nome e di fatto che lavorano, al pari dei nostri scenografi e costumisti a Hollywood, nelle cosiddette catene globali del valore. Le loro Disney, Universal, 20th Century Fox si chiamano Samsung, Mitsubishi, Siemens, Bayer, Rim. Le multinazionali creano i prodotti standard. Loro, le piccole e iperspecializzate imprese italiane, creano invece quelle soluzioni che li personalizzano e li rendono unici. Secondo Sace, le esportazioni di meccanica strumentale cresceranno nel 2013 di 13 punti percentuali e nel triennio successivo si manterranno su un livello di crescita che lambirà il 10% medio annuo. Stesso discorso per le macchine utensili, settore in cui l’Italia è il terzo produttore mondiale e in cui si prevede che la domanda crescerà, da qui al 2015 di 10 punti ogni anno.

Si tratta di un mare, quello delle catene globali del valore, in cui le piccole e medie imprese italiane sanno nuotare come poche altre. Non devono preoccuparsi del marketing, della promozione e della distribuzione all’estero, tutte cose in cui scontano un atavico ritardo con il resto del mondo occidentale, a causa delle loro piccole dimensioni, che non consentono investimenti adeguati in tali ambiti. Hanno una specializzazione tale da permettere loro di non temere la concorrenza di prezzo di realtà provenienti da Paesi a basso costo del lavoro. Hanno clienti grandi e affidabili, che pagano il giusto, nei giusti tempi. Soprattutto, in questo modo, si posizionano sui mercati emergenti, quelli a maggiore crescita. La meccanica strumentale e metalli, per dire, servono per infrastrutturare e a industrializzare un paese, le apparecchiature elettriche a rendere più moderni i processi produttivi, la chimica, a migliorare i prodotti.

Non è un caso, insomma, se la crescita dell’export italiano sta esplorando e sempre più esplorerà le nuove geografie dello sviluppo. Quella dei Paesi Iets (Indonesia, Egitto, Turchia, Sudafrica) realtà dove la popolazione ha un’età media inferiore a 30 anni e nei quali è prevista, nei prossimi anni, una rapida crescita dei consumi interni, le previsioni di crescita dell’export italiano tra il 2014 e il 2016, viaggiano attorno a una media del 10%, così come quella dei Next-7 (Corea del Sud, Egitto, Filippine, Indonesia, Messico, Nigeria, Turchia). O ancora quella dei Rapid-Growth Market (Arabia Saudita, Argentina, Brasile, Cile, Cina, Corea del Sud, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Hong Kong, India, Indonesia, Malesia, Messico, Nigeria, Polonia, Qatar, Repubblica Ceca, Russia, Sudafrica, Thailandia, Turchia e Ucraina), Paesi ricchi di materie prime e con basso costo della manodopera. Qui la crescita delle esportazioni italiane è stimata attorno al 9,6%, con un peso sul totale che passerà dal 21,7% nel 2011 al 24% nel 2016. La stessa Africa subsahariana potrebbe essere in un futuro prossimo un’importante bacino di sviluppo per questo nuovo made in Italy, visto che già ora le importazioni dei Paesi dell’area sono trainate da progetti infrastrutturali e da investimenti nel settore petrolifero, che vedono coinvolte alcune grandi imprese italiane.

«E il lusso, l’alta gamma, la Dolce Vita, il Made in Italy così come lo conoscevamo?», direte voi. C’è e ci sarà ancora, ovviamente. Probabilmente proseguirà lo shopping nel “Supermercato Italia” delle grandi holding euro-asiatiche, degli oligarchi russi e dei fondi sovrani degli Emirati e più di qualche pezzo per strada lo perderemo ancora. Industrializzazione, infrastrutturazione e crescita nei Paesi emergenti, tuttavia, portano nuovo benessere. E il nuovo benessere porta con sé nuovi ricchi e nuovi borghesi urbani. Ossia, in altre parole, gli acquirenti perfetti per il nostro abbigliamento, i nostri arredi, la nostra enogastronomia, le nostre automobili. Il nuovo made in Italy, in altre parole, potrebbe finir pure per trainare quello vecchio. Se nei prossimi anni vinceremo un Oscar per il miglior film, insomma, lo dovremo anche al lavoro dei nostri scenografi, costumisti e montatori. Chissà se dal palco del Kodak Theatre qualcuno si ricorderà di loro e li ringrazierà.

   Articolo Originale di Francesco Cancellato : www.linkiesta.it/made-in-italy-expor

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